

E finalmente qualcuno s’accorge che il cinema in prima serata è sparito. L’appello di articolo21 (dai firmate anche voi) chiede di riportare la cultura in prima serata ma, soprattutto, la sua promozione all’interno della tv.
Per quanto riguarda il cinema, questo è un fenomeno che si manifesta da diverso tempo. Di riflesso se il cinema è poco trasmesso, anche la promozione serve a poco. Escludendo Marzullo e il suo bollettino, a ore da lupi.
Secondo me, l’estromissione del cinema in prime time ha diverse cause. Una storica, evolutiva. Prima, il film in prima serata era l’evento. Un collante per le famiglie che, a stento, avevano un televisore e potevano permettersi la visione in sala. La tv prendeva in prestito un testo non suo, ma del cinema. Quando ha imparato a farne dei propri se n’è disfatta. La moltiplicazione delle reti, ha portato la moltiplicazione degli ingegni autoriali, strategie per coinvolgere il pubblico e inserzionisti. Quiz, varietà e la fiction che, in questo caso, è la figlia televisiva del film. Più sfruttabile: spezzettata con la serialità, dalla soap al tv movie in unica soluzione. Oggi, il reality show è l’ultimo arrivato nello specifico televisivo. Il più lontano dal film. Si dice che i registi di reality siano i più fortunati: pagati, per stare dietro a dei monitor a scrutare persone. Vigilantes di lusso, verrebbe da dire.
La concorrenza. L’ha detto pure Leone, vicedirettore generale Rai, «i film, sulla pay tv, vanno benne. Sulle free arrivano spompati» L’ascolto potenziale che dà un film non è molto, oggi. Su Sky, la cornice diversa: i film sono di nuova uscita, senza pubblicità, in 16:9, HD, multilingua e tutto il resto appresso. Sono pagati dall’utente, c’è più motivazione a vedere. E poi, il gusto del pubblico, grazie anche alle emittenti, si è settato molto sullo specifico televisivo: reality e fiction. E i film che più li somigliano, sono quelli con più ascolti. Nel 2007, difatti, nelle prime posizioni: “La tigre e la neve”, “Alla luce del sole”, “Vacanze di Natale
1 maggio. Concerti e sconcerti
Ieri, sono stato per la prima volta al concerto del 1 maggio. Da sempre volevo vederlo. Il cast di quest’anno era eccezionale. Quando Piero (Pelù) è salito sul palco e ci ha chiamato “orfani della sinistra” mi è salito il brivido. «Eccolo. È sempre lui. Mi hai fatto rimanere male nei tuoi ultimi dischi tra med rock da RTL 102.5 e caramelline sonore da spot della TIM. Però, il primo amore non si scorda mai» Mi sono detto fra me e me. Accantonando il dispiacere infinito per aver lasciato il Litfiba. Ormai sono dieci anni, il “rancore” non mi aveva fatto sentire il tempo. “Revolution” dei Beatles e chiaramente “Lo Spettacolo” i momenti più belli dell’esibizione. Ho alzato le mani al cielo, e ho fatto il cuore come Pato. Chiaramente intendevo il cornucuore.
Tornato a casa mezzo morto, solo chi ci va può capire l’espressione “folla oceanica, do uno sguarda al web. Rimbalza uno scontro “Travaglio Sgarbi”. Oggi, vado a vederlo. Sconcertato. Di Travaglio conoscevo l’argomentazione, ma di Sgarbi sapevo che era un polemista e che ti divertivi a vedere la sua vena a ingrossarsi. Questa volta non si rideva, solo lacrime. Ha fatto puro controcanto. Offendendo. Negava ogni cosa che diceva Travaglio senza uno straccio d’argomentazione. La vera conoscenza, per me, sta nell’argomentazione. La conoscenza, non la verità. Non dico che in Travaglio ci sia la verità, ma dico che conosce quello che dice. Sgarbi ha cercato di tappare ogni buco, cercando di non far parlare. Indecente.
Un plauso lo devo fare alla critica televisiva de “Il Manifesto”, Norma Rangeri. Al di là delle posizioni che può prendere una redattrice di un quotidiano chiarament parziale, ha spiegato una delle ragioni, secondo me, molto forti della vittoria della destra. L’organizzazione dei discorsi mediali. La “Sicurezza” intesa come ordine pubblico e non come sicurezza sociale, concetto più ampio. Tutti i media, destrorsi o sinistrorsi, l’hanno posta così (anche, come si vede, “
Io sono un autarchico. Il cinema del nuovo governo.
Che ci riesca o no, il regista napoletano già dà le linee guida: meno sprechi, più cinema italiano. Parole condivisibili, i toni meno. «Festa del cinema: porta jella»; «Il cinema italiano? É morto»; «A me di Clooney non me ne frega niente. Basta Hollywood». Vuole la restaurazione. «Prima si svariava da Totò a Fellini, eravamo secondo solo all’America». Oddio, a una persona che ostenta tanto pessimismo, decretando per la centesima volta la morte del cinema italiano, io non darei tanta fiducia. Comunque, Alemanno dice che non c’è “Spoil Sistem”? Dobbiamo fidarci? Il problema che mi pongo ogni volta che sento proclami di “restaurazione” mi vengono da fare delle considerazioni semplici.
Oggi non c’è più un dopoguerra e un boom economico da raccontare. Ci sono altre problemi, altre riflessioni da fare. Fellini, Totò. Personalità difficili da riavere anche tra cento anni. Ma non è detto che possano nascere altri grandi autori e attori.
Sulla “sprecopoli” della festa romana, si può avere pure ragione. Ma cancellare i divi stranieri, solo per difendere il cinema nostrano, in nome di un’autarchia discutibile credo sia una mossa solo di pura ideologia. Non è detto che per promuovere il proprio cinema bisogna solo pensare all’ambiente italiano. Il divismo è il raccordo, il coinvolgimento, con il pubblico. E’ un fattore di congiunzione fra realtà e finzione. Spinge alla visione. Ora pensate a un red carpet con i grandi nomi nostrani: Margherita Buy, Vaporidis, Scamarcio. E lo stesso di Kidman, Blanchett o Penn? Allargare l’orizzonte fa parlare anche dell’Italia. Il traino mediatico di questi divi serve da ponte per la promozione del nostro cinema. Sì, promozione. Inviate meno divi paperoni e riorganizzate l’efficienza di “Filmitalia”, ad esempio. Meno aerei e alberghi extralusso per Moretti e Muccino e più redistribuzione. Ma non cancellare di punto in bianco un soggetto di promozione. Per la produzione stiamo a vedere l’istituzione del tax shelter. Misura virtuosa, se applicata a dovere. Le parole di Squitieri, sembrano confermare solo una cosa: la dipendenza del cinema dalla politica. Uno dei mali cinematografici dalla crisi degli anni Ottanta.

Fantacalcio 2008, la finale.
Aspetta l’ultima che arrivi primo
47: Mutu che parla. E Giuseppe difende il titolo
In un caldo pomeriggio di Agosto disse « la mia squadra si chiamerà Defender». Reduce da Valencia, come Alinghi, Giuseppe Di Costanzo volle darsi un nome pesante, prepotente. La sorte gli ha dato ragione, l’architetto della gastronomia ha cazzato la randa, e di bolina, risalendo il vento de “I Mascalzoni”, arriva primo per la seconda volta.
Un fantafeddo molto più avvincente dell’anno scorso, grazie agli innesti dei nuovi manager: Gennaro che è entrato di secco e si è messo al terzo posto, e il vate di Piazza Lala, Luca “Metrò”.
Dal suo quartier generale, a Piazza Dante, Giuseppe ha fatto sapere a tutti: «all’ultima virata mi aggiudico il secondo titolo consecutivo. Grazie.» e mentre prepara 6x3 con la scritta “meno fattore campo per tutti” reclama «sto ancora aspettando la telefonata dal mio avversario. Un atto dovuto, per me che sono in odore di santità» . Dal canto sua Filiberto non chiama, in una nota, il leader dei Mascalzoni spiega «È un’ingiustizia, a questo punto prendo le pagelle di quando andavo a scuola e ci sostituisco i giocatori» Dalla Firenze Pisa Livorno, in ritorno da un pranzo di lavoro durato cinque giorni Gennaro è sazio del suo terzo posto e non commenta. Lo stesso fa Luca Metrò, in silenzio “stampa”.
Angelo fa parlare il suo avvocato, il Conte Max: «il mio cliente ha perso molti giocatori per responsabilità oggettiva della ciorta. Aveva proposto una sessione di mercato per sostituire i giocatori delle squadre che avevano raggiunto i loro obiettivi e quindi demotivati, ma è stata negata. Ci batteremo per un calcio delle libertà»
Gianpaolo è a Torre, è partito con la squadra in ritiro a Natale. Lì è rimasto.
Luca Marra ringrazia tutti : «vi ringrazio. Specialmente Giuseppe che mi offrirà una pizza» Il neovincitore, con i soldi del premio, vorrà aprirsi un ristorante “Pep(p)e Nero”.
Lu’Ghetto Team: a -23 il clima è…
Real Metrò: Per te, parla Massimo Oddo
WeLoveLucaMa: con lui si pensava fosse così
post ironico e scherzoso per un gruppo di fantacalcisti incalliti

Un vecchio divano campeggia in un giardino ben curato. Un oggetto che non è al proprio posto, non è normale nell’ordine delle cose. Questo è l’inzio di “Juno”, dal nome di una ragazzina (Ellen Page) che di consueto ha davvero poco. Fende il plotone di cheerleader e atleti in divisa, e rompe le righe degli stereotipi di gioventù. La sedicenne liceale, protagonista del film di Jason Reitman, un bel giorno si trova a trafficare, suo malgrado, con i test di gravidanza e scopre di essere incinta. Prende il suo telefono a forma di hamburger e prenota un aborto. Nella sala d’aspetto dell’ambulatorio, la tensione che divora le altre incaute mamme le fa cambiare idea. Il bambino nascerà. E vivrà, adottato, in una famiglia che le possa dare amore.
Ogni capitolo della pellicola comincia con una stagione, ma le stagioni per Juno hanno accellerato un po’ il passo. Ma lei ha deciso con una lucidità sentimentale che le fa sopportare nove mesi di gravidanza, e di crescita.
“Juno” non è solo un film sull’aborto, ma è una sorta di teen movie con ironici risvolti drammatici. Non si ferma ai pruriti giovanili e agli errori dell’ingenuita ma dipinge, con la fluidissima penna della blogger, premio Oscar, Diablo Cody, un quadro dove la gioventù diventa un modo di affrontare la vita. Anche se con superficialità a momenti: non si può risolvere tutto con le gag comicissime, in Juno, la freschezza dell’età e la libertà di questa stagione diventano una chiave per proporre, allo spettatore, la limpidità di una scelta forte: quella di far nascere un bambino che non era voluto. Per lei, Juno, c’erano ancora molte aranciate da bere e dischi da ascoltare, ma un figlio all’improvviso non la paralizza totalmente, ma la spinge a scegliere. Quell’atto che non si impara, a volte, nemmeno in età adulta. Le convenzioni, come quella che dice che il giallo è un colore neutro, sono paletti sicuri, ma per capire a volte bisognerà scendere un po’ più un giù. Jason Reitman, già regista del brillante “Thank You for Smoking”, Diablo Cody, Ellen Page e le musiche rock che sembrano scelte come nei film di Cameron Crowe ci calano, col tocco dolce e non superficiale dei dialoghi luccicanti, in una storia fluida, toccante, riflessiva. Una lezione, almeno di narrazione, per il filone dei film liceali che in Italia, forse si fermano troppo spesso alle notti prima degli esami.
Myspace si allea con altre tre grandi colossi discografici: Sony, BMG, Warner e Vivendi (Repubblica, “Affari e Finanza”). Nasce Myspace music, una piattaforma ancora più potente per la musica online secondo l’User Genetated Content. Il contenuto generato dall’utente.
Una cosa mi ha sempre colpito del filesharing. La nuova fruizione. Il nuovo modo di ascoltare, conoscere, avvicinarsi alla musica.
Così è un po’ per il cinema. La gente non va in sala, ma scarica i film che potrebbe vedere ai multiplex. Considera solo l’aspetto economico. Invece la potenzialità di poter attingere a film, a brani, sconosciuti non più distribuiti nei normali circuiti non viene considerata. Una studiosa italiana, Nicole Rigamonti, ha detto che esiste una sorta di “navigazione di piccolo cabotaggio”. Ti metti nel mare magnum del web, ma devi essere sempre ancorato a quello che c’è fuori. Ai film in sala. Ai dischi in classifica. Senza allontanarti negli oceani del nuovo e dell’inesplorato. La pubblicità rende comunque più sicuro un prodotto. E pur con nuovi mezzi, non si varcano i confini del “nuovo”, musicale, cinematografico, che sia.
C’è un aspetto più materiale. E qui sono spudoratamente nostalgico, come un anziano che ricorda il frigorifero a chiave. Un cd si tocca, si vede. Per me, è anche un oggetto, adoro vedere le copertine in fila, nel mio porta cd. Con i file, sono tutti uguali. Compattati in un ipod, in un lettore e a distunguerle solo una stringa di testo. Oggi, non esistono nemmeno più le copertine di qualche anno fa. Tutte di cartone, che dopo pochi usi si sfaldano un libro aperto migliaia di volte.
Tu come ascolti?




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