leparolehannogliocchi

Vedere è immergersi nel mondo, pensare è prenderne le distanze (Wim Wenders)
martedì, 13 maggio 2008

Gomorra, già capolavoro ?


Quattro stelle. Paolo Mereghetti, sul "Corriere della Sera" di oggi, dà il massimo, ovvero capolavoro, al film di Garrone, venerdi in sala e domenica sulla croisette. Non al massimo dell' entusiasmo, ma comunque colpiti, gli altri suoi colleghi: D'Agostini su " la Repubblica", Ferzetti su "Il Messaggero" , Crespi su "L'Unità" e  Valerio Caprara su "il Mattino" che scrive «Un paesaggio lunare [...] dove gli uomini sono del tutto secondari e possono essere schiacciati come topi o scarafaggi». La Tornabuoni, su "La Stampa", invece è convinta che L'Italia non «è del cinema che deve vergognarsi» . L'unico a fare un po' di controcanto è Michele Anselmi che su "Il Riformista" riprende i casi di alcuni film che supportati dal grosso tamburo mediatico sono poi divenuti flop vedi "Il Caimano". Però, il film di Moretti non era supportato da un libro che ha venduto  1.200.000 copie.

Pare proprio che quella locandina nera, col titolo in rosa di "Gomorra" campeggi per parecchio. Pare proprio che a Cannes faremo bella figura. Lo dicono gli esperti. Qualcuno si lamenta che si possa fare bella figura con le brutte storie. Arriva lui, il paladino della napoletanità "amemepiaccoblues" che dice la solita cosa: "Napoli non è solo questo" . E direi meno male!  "Napoli va difesa". Certamente. Ma non con le solite frasi di circostanza tipo "Napoli non è solo questo". Pare un po' poco.

Per questo film, si sono mobilitati paragoni eccelsi. Caprara parla di indagine alla "Rossellini" e persino Vincenzo Mollica è stato meno "spottofilo" nel suo servizio. Ha parlato di vicinanza al Neorealismo. Sapevamo che la squadra che arriverà domani in costa azzurra, è una delle migliori combinazioni possibili. Questi paragoni, sinceramente, non me li aspettavo. Se, e dico se, dovesse arrivare pure qualche Palma per film su questi film italiani di "panni sporchi". Chissà cosa penseranno il neoministro Sandro Bondi, e l'Onorevole Carlucci promotrice della nuova "legge cinema". Una misura che, secondo lei e chi ci lavora sopra, deve portare in giro nel mondo, l'immagine positiva del Belpaese. Già vedo qualche titolo: "L'Italia non è solo questo". Buon Festival!

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categorie: politica, cinema, critica, gomorra, festival di cannes, tax shelter
mercoledì, 07 maggio 2008

Il grande schermo non entra più nel piccolo

E finalmente qualcuno s’accorge che il cinema in prima serata è sparito. L’appello di articolo21 (dai firmate anche voi) chiede di riportare la cultura in prima serata ma, soprattutto, la sua promozione all’interno della tv.

Per quanto riguarda il cinema, questo è un fenomeno che si manifesta da diverso tempo. Di riflesso se il cinema è poco trasmesso, anche la promozione serve a poco. Escludendo Marzullo e il suo bollettino, a ore da lupi.

 

Secondo me, l’estromissione del cinema in prime time ha diverse cause. Una storica, evolutiva. Prima, il film in prima serata era l’evento. Un collante per le famiglie che, a stento, avevano un televisore e potevano permettersi la visione in sala. La tv prendeva in prestito un testo non suo, ma del cinema. Quando ha imparato a farne dei propri se n’è disfatta. La moltiplicazione delle reti, ha portato la moltiplicazione degli ingegni autoriali, strategie per coinvolgere il pubblico e inserzionisti. Quiz, varietà e la fiction che, in questo caso, è la figlia televisiva del film. Più sfruttabile: spezzettata con la serialità, dalla soap al tv movie in unica soluzione. Oggi, il reality show  è l’ultimo arrivato nello specifico televisivo. Il più lontano dal film. Si dice che i registi di reality siano i più fortunati: pagati, per stare dietro a dei monitor a scrutare persone. Vigilantes di lusso, verrebbe da dire.

 

La concorrenza. L’ha detto pure Leone, vicedirettore generale Rai, «i film, sulla pay tv, vanno benne. Sulle free arrivano spompati» L’ascolto potenziale che dà un film non è molto, oggi. Su Sky, la cornice  diversa: i film sono di nuova uscita, senza pubblicità, in 16:9, HD, multilingua e tutto il resto appresso. Sono pagati dall’utente, c’è più motivazione a vedere. E poi, il gusto del pubblico, grazie anche alle emittenti, si è settato molto sullo specifico televisivo: reality e fiction. E i film che più  li somigliano, sono quelli con più ascolti. Nel 2007, difatti, nelle prime posizioni: “La tigre e la neve”, “Alla luce del sole”, “Vacanze di Natale 2000”, “Sotto il sole della Toscana”, “Ricordati di me” (Fonte: La Repubblica 7-5-08). Regie piane, storie familiari e d’impegno sociale, amori e viaggi. Questa non è una critica, lo diventa poi quando questi modelli dal piccolo schermo si trasferiscono sul grande. Come il Faenza di “Alla luce del sole” ma soprattutto “I giorni dell’abbandono” scelto, chissà con quale coraggio, nella competizione veneziana del 2005.  

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categorie: cinema, mediaset, rai , tv , mercato audiovisivo, realitu show
venerdì, 02 maggio 2008

 

1 maggio. Concerti e sconcerti

 

Ieri, sono stato per la prima volta al concerto del 1 maggio. Da sempre volevo vederlo. Il cast di quest’anno era eccezionale. Quando Piero (Pelù) è salito sul palco e ci ha chiamato “orfani della sinistra” mi è salito il brivido. «Eccolo. È sempre lui. Mi hai fatto rimanere male nei tuoi ultimi dischi tra med rock da RTL 102.5 e caramelline sonore da spot della TIM. Però, il primo amore non si scorda mai» Mi sono detto fra me e me. Accantonando il dispiacere infinito per aver lasciato il Litfiba. Ormai sono dieci anni, il “rancore” non mi aveva fatto sentire il tempo. “Revolution” dei Beatles e chiaramente “Lo Spettacolo” i momenti più belli dell’esibizione. Ho alzato le mani al cielo, e ho fatto il cuore come Pato. Chiaramente intendevo il cornucuore.

 

Tornato a casa mezzo morto, solo chi ci va può capire l’espressione “folla oceanica, do uno sguarda al web. Rimbalza uno scontro “Travaglio Sgarbi”. Oggi, vado a vederlo. Sconcertato. Di Travaglio conoscevo l’argomentazione, ma di Sgarbi sapevo che era un polemista e che ti divertivi a vedere la sua vena a ingrossarsi. Questa volta non si rideva, solo lacrime. Ha fatto puro controcanto. Offendendo. Negava ogni cosa che diceva Travaglio senza uno straccio d’argomentazione. La vera conoscenza, per me, sta nell’argomentazione. La conoscenza, non la verità. Non dico che in Travaglio ci sia la verità, ma dico che conosce quello che dice. Sgarbi ha cercato di tappare ogni buco, cercando di non far parlare. Indecente.

 

Un plauso lo devo fare alla critica televisiva de “Il Manifesto”, Norma Rangeri. Al di là delle posizioni che può prendere una redattrice di un quotidiano chiarament parziale, ha spiegato una delle ragioni, secondo me, molto forti della vittoria della destra. L’organizzazione dei discorsi mediali. La “Sicurezza” intesa come ordine pubblico e non come sicurezza sociale, concetto più ampio. Tutti i media, destrorsi o sinistrorsi, l’hanno posta così (anche, come si vede, “La Repubblica) e su questo terreno è stata più brava a parlare la destra. Più incisiva, più “politically uncorrect” e più, come si dice con quella poco gradevole espressione, “alla pancia”.

 
Guardatevi l’intervento: (andate al minuto 6e23 e poi cliccate sotto al link che rimanda alla terza parte.)  

postato da: LucaMarra alle ore 16:28 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: politica, televisione, sinistra, destra, conoscenza, travaglio, elezioni 2008, norma rangeri
mercoledì, 30 aprile 2008

Io sono un autarchico. Il cinema del nuovo governo.

 

La Festa del Cinema di Roma riesce sempre a far parlare di sé. Peccato, solo in poche occasioni del suo cinema. Dopo l’annuncio dei Coen a Venezia arriva il cambiamento di rotta nella direzione della rassegna capitolina. Pasquale Squitieri dovrebbe rappresentare il Comune di Roma all’interno della fondazione che gestisce la festa (Fondazione Cinema per Roma).

 

Che ci riesca o no, il regista napoletano già dà le linee guida: meno sprechi, più cinema italiano. Parole condivisibili, i toni meno. «Festa del cinema: porta jella»; «Il cinema italiano? É morto»; «A me di Clooney non me ne frega niente. Basta Hollywood».  Vuole la restaurazione. «Prima si svariava da Totò a Fellini, eravamo secondo solo all’America». Oddio, a una persona che ostenta tanto pessimismo, decretando per la centesima volta la morte del cinema italiano, io non darei tanta fiducia. Comunque, Alemanno dice che non c’è “Spoil Sistem”? Dobbiamo fidarci?  Il problema che mi pongo ogni volta che sento proclami di “restaurazione” mi vengono da fare delle considerazioni semplici.

 

Oggi non c’è più un dopoguerra e un boom economico da raccontare. Ci sono altre problemi, altre riflessioni da fare. Fellini, Totò. Personalità difficili da riavere anche tra cento anni. Ma non è detto che possano nascere altri grandi autori e attori.

 

Sulla “sprecopoli” della festa romana, si può avere pure ragione. Ma cancellare i divi stranieri, solo per difendere il cinema nostrano, in nome di un’autarchia discutibile credo sia una mossa solo di pura ideologia. Non è detto che per promuovere il proprio cinema bisogna solo pensare all’ambiente italiano. Il divismo è il raccordo, il coinvolgimento, con il pubblico. E’ un fattore di congiunzione fra realtà e finzione. Spinge alla visione. Ora pensate a un red carpet con i grandi nomi nostrani: Margherita Buy, Vaporidis, Scamarcio. E lo stesso di Kidman, Blanchett o Penn? Allargare l’orizzonte fa parlare anche dell’Italia. Il traino mediatico di questi divi serve da ponte per la promozione del nostro cinema. Sì, promozione. Inviate meno divi paperoni e riorganizzate l’efficienza di “Filmitalia”, ad esempio. Meno aerei e alberghi extralusso per Moretti e Muccino e più redistribuzione. Ma non cancellare di punto in bianco un soggetto di promozione. Per la produzione stiamo a vedere l’istituzione del tax shelter. Misura virtuosa, se applicata a dovere. Le parole di Squitieri, sembrano confermare solo una cosa: la dipendenza del cinema dalla politica. Uno dei mali cinematografici dalla crisi degli anni Ottanta.

 

postato da: LucaMarra alle ore 18:23 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: politica, cinema, festa del cinema di roma, squitieri, filmitalia, tax shelter
martedì, 29 aprile 2008


Ho letto diversi post di amici e utenti sul Comicon. Mi fa piacere, è una manifestazione che prende piede sempre più. I cosplayer sono diventati una realtà non più di "Romics" o Lucca. Mi piacciono molto i cosplayer, io non ho il coraggio. Forse, lo farò qualche volta. Chi vorrei essere? Beh senza dubbio Gatsu. Certo non ho proprio la statura, ma i cosplayer diventano altri attraverso i costumi. Tutto è permesso, quindì.

Quest'anno era il decimo, per me il settimo o l'ottavo. Ricordo un anno in cui ci andai con una spalla ingessata, con mio padre che mi faceva da scudo dalla folla tra i cunicoli di Castel Sant'Elmo. E che dire dell'edizione che ospitò Giappone e Corea, le foto sotto il cartonato di Evangelion, vicino Margot, poi le divise da liceale e la scorpacciata di locandine. L'anno scorso c'era un altro mito: Go Nagai. Sul cellulare, ho ancora la tavola di DevilMan come sfondo. Oggi "Comicon" non ha come tema una nazione e la sua produzione. Dall'anno scorso ci sono i colori. Magenta, nell'edizione appena passata. Attilio Micheluzzi è stato l'omaggio di quest'anno. Più che le sue tavole, ho apprezzato molto la sua figura. Un architetto prestato al fumetto. E' proprio vero, tra le professioni di stampo positivistico l'architetto è il ponte più emblatico tra in numeri, la fisica e la statica e la forma. Quella che ci fa capire che la creatività non è semplicemente bagnarsi le mani di vernice e spararle su un muro. Oppure essere naif, o chic e nascondersi sotto il velo della soggettività. Essere creativi è un concetto quasi strutturale della persona. E non una qualità da affiancare a "sonosolaresimpaticabellaebrava".

Il disegno degli spazi, le linee dei volti, il tratto pulito. Segni che indicano l'impronta d'architetto in Micheluzzi ma la cosa più forte, era l'idea che aveva: «l'avventura è tutto ciò che mi dà emozione. Anche stare sulle pietre del Carso». Aveva vissuto la guerra, ma non ne aveva scritto un memoriale. L'esperienza bellica e i suoi orrori sono stati dimenticati, forse trasformati e riconfigurati in una creatività esclusiva. L'avventura in emozione. Un principio generale è una spigazione della nascita dell storie. 

                              
(disegni micheluzzi da istrianet.org)
postato da: LucaMarra alle ore 14:36 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: fumetti, disegni, guerra, creatività, comicon, micheluzzi, architettutura
lunedì, 28 aprile 2008

Fantacalcio 2008, la finale.

Aspetta l’ultima che arrivi primo

47: Mutu che parla. E Giuseppe difende il titolo

 

 

In un caldo pomeriggio di Agosto disse « la mia squadra si chiamerà Defender». Reduce da Valencia, come Alinghi, Giuseppe Di Costanzo volle darsi un nome pesante, prepotente. La sorte gli ha dato ragione, l’architetto della gastronomia ha cazzato la randa, e di bolina, risalendo il vento de “I Mascalzoni”, arriva primo per la seconda volta.

Un fantafeddo molto più avvincente dell’anno scorso, grazie agli innesti dei nuovi manager: Gennaro che è entrato di secco e si è messo al terzo posto, e il vate di Piazza Lala, Luca “Metrò”.

Dal suo quartier generale, a Piazza Dante, Giuseppe ha fatto sapere a tutti: «all’ultima virata mi aggiudico il secondo titolo consecutivo. Grazie.» e mentre prepara 6x3 con la scritta “meno fattore campo per tutti” reclama «sto ancora aspettando la telefonata dal mio avversario. Un atto dovuto, per me che sono in odore di santità» . Dal canto sua Filiberto non chiama, in una nota, il leader dei Mascalzoni spiega «È un’ingiustizia, a questo punto prendo le pagelle di quando andavo a scuola e ci sostituisco i giocatori» Dalla Firenze Pisa Livorno, in ritorno da un pranzo di lavoro durato cinque giorni Gennaro è sazio del suo terzo posto e non commenta. Lo stesso fa Luca Metrò, in silenzio “stampa”.

Angelo fa parlare il suo avvocato, il Conte Max: «il mio cliente ha perso molti giocatori per responsabilità oggettiva della ciorta. Aveva proposto una sessione di mercato per sostituire i giocatori delle squadre che avevano raggiunto i loro obiettivi e quindi demotivati, ma è stata negata. Ci batteremo per un calcio delle libertà»

Gianpaolo è a Torre, è partito con la squadra in ritiro a Natale. Lì è rimasto.

Luca Marra ringrazia tutti : «vi ringrazio. Specialmente Giuseppe che mi offrirà una pizza» Il neovincitore, con i soldi del premio, vorrà aprirsi un ristorante “Pep(p)e Nero”.

 

Lu’Ghetto Team:  a -23 il clima è…

Real Metrò: Per te, parla Massimo Oddo

O Port: Bell tiemp e na vot

WeLoveLucaMa: con lui si pensava fosse così

 

Real San Gennaro Per quel terzo posto

Mascalzoni

Defender: La scalata

post ironico e scherzoso per un gruppo di fantacalcisti incalliti
postato da: LucaMarra alle ore 21:08 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: calcio, fantacalcio, feddoni
sabato, 26 aprile 2008

Juno

 

Un vecchio divano campeggia in un giardino ben curato. Un oggetto che non è al proprio posto, non è normale nell’ordine delle cose. Questo è l’inzio di “Juno”, dal nome di una ragazzina (Ellen Page) che di consueto ha davvero poco. Fende il plotone di cheerleader e atleti in divisa, e rompe le righe degli stereotipi di gioventù. La sedicenne liceale, protagonista del film di Jason Reitman, un bel giorno si trova a trafficare, suo malgrado, con i test di gravidanza e scopre di essere incinta. Prende il suo telefono a forma di hamburger e prenota un aborto. Nella sala d’aspetto dell’ambulatorio, la tensione che divora le altre incaute mamme le fa cambiare idea. Il bambino nascerà. E vivrà, adottato, in una famiglia che le possa dare amore.

Ogni capitolo della pellicola comincia con una stagione, ma le stagioni per Juno hanno accellerato un po’ il passo. Ma lei ha deciso con una lucidità sentimentale che le fa sopportare nove mesi di gravidanza, e di crescita.

“Juno” non è solo un film sull’aborto, ma è una sorta di teen movie con ironici risvolti drammatici. Non si ferma ai pruriti giovanili e agli errori dell’ingenuita ma dipinge, con la fluidissima penna della blogger, premio Oscar, Diablo Cody, un quadro dove la gioventù diventa un modo di affrontare la vita. Anche se con superficialità a momenti: non si può risolvere tutto con le gag comicissime, in Juno, la freschezza dell’età e la libertà di questa stagione diventano una chiave per proporre, allo spettatore, la limpidità di una scelta forte: quella di far nascere un bambino che non era voluto. Per lei, Juno, c’erano ancora molte aranciate da bere e dischi da ascoltare, ma un figlio all’improvviso non la paralizza totalmente, ma la spinge a scegliere. Quell’atto che non si impara, a volte, nemmeno in età adulta. Le convenzioni, come quella che dice che il giallo è un colore neutro, sono paletti sicuri, ma per capire a volte bisognerà scendere un po’ più un giù. Jason Reitman, già regista del brillante “Thank You for Smoking”, Diablo Cody, Ellen Page e le musiche rock che sembrano scelte come nei  film di Cameron Crowe ci calano, col tocco dolce e non superficiale dei dialoghi luccicanti, in una storia fluida, toccante, riflessiva. Una lezione, almeno di narrazione, per il filone dei film liceali che in Italia, forse si fermano troppo spesso alle notti prima degli esami.

                                   


postato da: LucaMarra alle ore 15:26 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: recensioni, cinema, film, critica, oscar, adolescenza, ellen page, jason reitman, juno, diablo cody
venerdì, 25 aprile 2008

Come ascolti la musica. La rete e la superficie.


Myspace si allea con altre tre grandi colossi discografici: Sony, BMG, Warner e Vivendi (Repubblica, “Affari e Finanza”). Nasce Myspace music, una piattaforma ancora più potente per la musica online secondo l’User Genetated Content. Il contenuto generato dall’utente.
Una cosa mi ha sempre colpito del filesharing. La nuova fruizione. Il nuovo modo di ascoltare, conoscere, avvicinarsi alla musica.

 
Mi sento a cavallo di due generazioni di musicofili: websurfer e cdfan. Etichette di fantasia, non vi preoccupate, non uno di quei nomi stravaganti che i marketer danno ai gruppi di persone (uno bellissimo è baby boomer). I websurfer, quelli che scaricano solo dal web, i cdfan, coloro che prima di napstercompravano i cd. E lo fanno ancora. Non è solo una questione di economia. Di gratuità. Una volta, in un documentario, senti un dj dire qualcosa tipo: “Adoro il vinile, il cd è come un panino da McDonald”. È un po’ lo stesso, in termini meno drastici, oggi. Scaricando, si può attingere a tutto, qualsiasi gruppo musica ecc. Ma a un po’ di tutto. Coi cd, almeno per me, un singolo, un pezzo ascoltato da un amico e così via portava ad acquistare l’intero cd, e poi la discografia. Oggi si scarica meno l’intero album, un pezzo qua, uno la, rimane però tutto in superficie. La conoscenza è per brano, meno per album e autore. Certo, si può fare lo stesso anche col web. Ma la mentalità è cambiata. Come leggere citazioni da tanti libri, senza mai leggerli per intero.
 

Così è un po’ per il cinema. La gente non va in sala, ma scarica i film che potrebbe vedere ai multiplex. Considera solo l’aspetto economico. Invece la potenzialità di poter attingere a film, a brani, sconosciuti non più distribuiti nei normali circuiti non viene considerata. Una studiosa italiana, Nicole Rigamonti, ha detto che esiste una sorta di “navigazione di piccolo cabotaggio”. Ti metti nel mare magnum del web, ma devi essere sempre ancorato a quello che c’è fuori. Ai film in sala. Ai dischi in classifica. Senza allontanarti negli oceani del nuovo e dell’inesplorato. La pubblicità rende comunque più sicuro un prodotto. E pur con nuovi mezzi, non si varcano i confini del “nuovo”, musicale, cinematografico, che sia.

 

C’è un aspetto più materiale. E qui sono spudoratamente nostalgico, come un anziano che ricorda il frigorifero a chiave. Un cd si tocca, si vede. Per me, è anche un oggetto, adoro vedere le copertine in fila, nel mio porta cd. Con i file, sono tutti uguali. Compattati in un ipod, in un lettore e a distunguerle solo una stringa di testo. Oggi, non esistono nemmeno più le copertine di qualche anno fa. Tutte di cartone, che dopo pochi usi si sfaldano un libro aperto migliaia di volte.

Tu come ascolti?
postato da: LucaMarra alle ore 20:44 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: musica, mp3 , ascolto, conoscenza, filesharing, cd , myspace, websurfer, cdfan, fruizione
giovedì, 24 aprile 2008

L'Italia ha le palle in Canne(s)


La croisette ha anche il di tricolore. Dopo l'assenza (giustificata?) dello scorso anno, torna ancora in gara un film su un personaggio politico, da "Caimano Berlusconi" a il Divo Giulio Andreotti. Sorrentino usa la stessa tecnica promozionale di Moretti, zero parole sulla trama e qualche riga di sapore ermetico scritto dallo stesso regista. Di parole invece se ne sono spese tante su "Gomorra". Il best seller di Saviano, tradotto in 33 lingue si fa anche immagine attraverso lo sguardo di Matteo Garrone. Comune divisore è Toni Servillo, che è presente in tutte e due i film in concorso. Anche Marco Tullio Giordana torna in quella costa azzurra che l'aveva premiata per il monumentale "La Meglio Gioventù". Fuori concorso Con "Sangue Pazzo" racconta di due attori nell'Italia di Mussolini. Francesco Munzi con "Il resto della notte" e il documentario "Forse Dio è malato" di Franco Brogi Taviani, il più piccolo dei fratelli, completano la pattuglia italiana. In più, Castellito è in giuria per la Quinzane.

Nutrita, varia, ma sicuramente non insolita. Che dir si voglia, che il cinema italiano è in ripresa. Sì è vero. Ma Cannes, tranne per Garrone, ha scelto degli autori consolidati. Giovani ma già maturi. Ha scelto il meglio, diciamola tutta, del cinema italiano contemporaneo. Autori che insieme hanno girato meno della metà dei film di Moretti, ma il loro occhio vede già in un modo personale. Se la dovranno vedere con Eastwood e con chi ai festival è proprio abituato: i Dardenne e Soderbergh ad esempio. Autori, ma anche attori. Toni Servillo è ormai un marchio d'autenticità. Dalle tavole del teatro, all'aria da set. I temi? Quelli dei "panni sporchi" come scrive Paolo Meregehetti sul "Corriere della Sera" di oggi. La malavita, la Storia nazionale, la politica e il potere. Spero nessuno si lamenti dicendo che l'Italia cinematografica esporta solo il brutto della società. Spero non vogliate portare qualche commedia. Tranne Zanasi, forse non c'è molto di esportabile in questo genere, oggi.

Immaginare una "palma d'oro" in mani italiane è  difficile. Personalmente spero in un sensibile successo, almeno per far chiudere la bocca ai soliti becchini del cinema nostrano. Quello che lo vogliono morto, che lo danno per finito. Forse, chissà, un nome di una nostalgia dei tempi andati.
postato da: LucaMarra alle ore 14:59 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: cinema, , cannes, servillo, sorrentino
sabato, 19 aprile 2008

Quel David nel Lago


11 stauette. I David di Donatello, gli Oscar®  italiani, vanno in gran parte a "La Ragazza del Lago" il film di Andrea Molaioli che colpì a Venezia, insieme a "Non pensarci" di Zanasi.
Poco per "Caos Calmo" che sembrava essere il favorito. Non molto racimola  "Giorni e Nuvole" di Soldini che prende solo premi "al femminile": a Margherita Buy, e Alba Rohrwacher, l'eterea rossa di "Mio Fratello è Figlio Unico" e "Riprendimi"

I David dovrebbero dare un'indicazione sulla qualità del cinema italiano, specialmente nell'ultimo anno dove si è avuto un grande successo di pubblico, 500 milioni e più di incasso. La qualità, spesso fa rima col film d'autore, ma anche questo è un concetto labile. Si potrebbe dire che Ozpetek è un autore? Sì, ma non lo trovo proprio di qualità. Ma è una mia opinione personale. Un parametro più oggettivo è il barometro dei Festival. A Cannes, l'Italia non c'era se non con Luchetti in un angolino della croisette. A Roma, "Giorni e Nuvole" colpisce ma fa poco in confronto a "Juno" e al Lumet di "Onora il padre e la madre".  A Venezia, fischi per "L'Ora di Punta" "Nessuna qualità agli eroi" e "Il dolce e l'amaro" giudicato troppo "televisivo" per racconto e regia. Sì, il "troppo televisivo" . E' chiaro che se i più grandi "player", come direbbero gli economisti,  si chiamano Medusa e Rai Cinema,  i film vengono confezionati in modo più televisivo per essere passati più facilmente nel piccolo schermo. Un travaso senza troppi traumi. Si è parlato di influenza televisiva anche per "La Ragazza del Lago" ( http://www.mymovies.it/trailer/?id=46437) e "Caos Calmo".

L'influenza della tv non è sempre negativa. Si pensi a "Lost", "Grey's Anatomy" "24" "Alias" e a quanto danno al cinema in termini di sperimentazione e innovazione.  In Italia, però, fiction del calibro di "Sex and the City" e "Lost" non se ne fanno e quindì non è nemmeno augurabile questa contaminazione. Tra i due film preferisco quello di Molaioli, anche se non mi ha entusiasmato come altre vincitori del David, esempio "Le conseguenze dell'amore". "La ragazza del Lago" è più cinematografico in questo senso, risente della marca produttiva "Indigo film".
Sono contento per Nicola Giuliano, che ho avuto il piacere di conoscere e scambiare qualche idea di cinema. Nel suo film ci sono stilemi di film da "Indigo" e anche da Sorrentino. i luoghi nebbiosi, geograficamente nascosti e oscuri, qui c'è uno splendido Friuli inquietante. Un' attenzione per i personaggi scolpiti, il sempre eccellente Servillo ma anche Anna Bonaiuto e i diversi comprimari mai troppo secondari . L'attenzione per lo sport nel film. Inoltre, i tecnici sono gli stessi dei diversi film di Sorrentino, Theardo alle musiche, Franchini al montaggio. Ciò rafforza questa marca produttiva per un film che pur non essendo travolgente, riesce a essere ricordato. "
Caos Calmo" è molto più televisivo. (http://www.mymovies.it/trailer/?id=47316)  Per  luoghi e regia in primis. Pur se il protagonismo di Moretti dà un alone cinefilo al film di Grimaldi, Caos Calmo non avra problemi per il piccolo schermo. E poi, il traino promozionale della scena di sesso con Isabella Ferrari è servito molto di più a ricordare il film, rispetto alla sua presenza all'importante Festival di Berlino. Guardateli entrambi, per una piccola sintesi del nuovo cinema italiano. Peccato per "Il Vento fa il suo giro" il film che grazie alla propria e sola forza, e al tifo della critica è arrivato ai David.


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