Io sono un autarchico. Il cinema del nuovo governo.
Che ci riesca o no, il regista napoletano già dà le linee guida: meno sprechi, più cinema italiano. Parole condivisibili, i toni meno. «Festa del cinema: porta jella»; «Il cinema italiano? É morto»; «A me di Clooney non me ne frega niente. Basta Hollywood». Vuole la restaurazione. «Prima si svariava da Totò a Fellini, eravamo secondo solo all’America». Oddio, a una persona che ostenta tanto pessimismo, decretando per la centesima volta la morte del cinema italiano, io non darei tanta fiducia. Comunque, Alemanno dice che non c’è “Spoil Sistem”? Dobbiamo fidarci? Il problema che mi pongo ogni volta che sento proclami di “restaurazione” mi vengono da fare delle considerazioni semplici.
Oggi non c’è più un dopoguerra e un boom economico da raccontare. Ci sono altre problemi, altre riflessioni da fare. Fellini, Totò. Personalità difficili da riavere anche tra cento anni. Ma non è detto che possano nascere altri grandi autori e attori.
Sulla “sprecopoli” della festa romana, si può avere pure ragione. Ma cancellare i divi stranieri, solo per difendere il cinema nostrano, in nome di un’autarchia discutibile credo sia una mossa solo di pura ideologia. Non è detto che per promuovere il proprio cinema bisogna solo pensare all’ambiente italiano. Il divismo è il raccordo, il coinvolgimento, con il pubblico. E’ un fattore di congiunzione fra realtà e finzione. Spinge alla visione. Ora pensate a un red carpet con i grandi nomi nostrani: Margherita Buy, Vaporidis, Scamarcio. E lo stesso di Kidman, Blanchett o Penn? Allargare l’orizzonte fa parlare anche dell’Italia. Il traino mediatico di questi divi serve da ponte per la promozione del nostro cinema. Sì, promozione. Inviate meno divi paperoni e riorganizzate l’efficienza di “Filmitalia”, ad esempio. Meno aerei e alberghi extralusso per Moretti e Muccino e più redistribuzione. Ma non cancellare di punto in bianco un soggetto di promozione. Per la produzione stiamo a vedere l’istituzione del tax shelter. Misura virtuosa, se applicata a dovere. Le parole di Squitieri, sembrano confermare solo una cosa: la dipendenza del cinema dalla politica. Uno dei mali cinematografici dalla crisi degli anni Ottanta.
