Rifare lo stesso film, sequenza per sequenza, sembrerebbe proprio un capriccio autoriale, una detestabile ricerca della perfezione. “Funny Games” esce a distanza di undici anni dal primo, del 1997. Lo scarto di tempo passato non è da svalutare, «sempre lo stesso fiume, mai lo stesso fiume» diceva Jean Vigo a proposito del cinema. Ma ancora meglio va sottolineato che il nuovo “Funny games”, che forse più che remake è un aggiornamento cinefilo, è stato prodotto da Hollywood con protagonisti Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt, e distribuito nei multiplex. Insomma: più visibilità attraverso attori più noti ma di certo non più bravi (nella versione del 97 c’era il compianto Ulrich Mühe de “Le vite degli altri”) e più incasso potenziale con una distribuzione coraggiosa. Un film così teorico e autoriale difficilmente viene lanciato nelle multisale. Haneke ha spiegato che il remake è diretto agli americani che sono grandi consumatori di brutalità.


La ripetizione è un punto di vista per scrutare l’universo del regista austriaco. Una reiterazione del messaggio, ma anche della forma, che si contorce in un rewind, verso la fine del film, quando uno dei protagonisti manda indietro il film per modificare un evento. L’orrore è il colore, il tono di “Funny Games”. Haneke è un torturatore lui stesso: regia volutamente statica, campi larghi, montaggio mai ritmico, piani sequenza strazianti che sviliscono lo spettatore nella visione. L’atto efferato è sempre fuori campo, la violenza è nella tortura, non nell’omicidio. C’è un perverso divertimento a non dare al film quella forma consona dei film di violenza, quel ritmo veloce e quei colpi di scena che mantengono vivo l’interesse. Il cineasta di “Cache” critica spettacolo e spettatori. Coloro che seduti nel salotto, magari della casa al lago, si bombardano di scene truci. Coloro che probabilmente vedono il suo film, sgranocchiando pop corn. Critica la società dello spettacolo alla maniera di Debord: la realtà si confonde nel visibile, il visibile può veicolare la finzione, ma anche il reale. Confusione della percezione. Un disorientamento emozionale e visivo che riesce preciso in questa pellicola. Teoria, critica, violenza e spettacolo. Polveri da sparo per detonare in un salotto borghese, per aggiornare un film che dopo dieci fa parlare ancora di sè. Proprio come con un telecomando Haneke torna indietro al 97 ma va avanti al 2008 con la stessa pellicola, con lo stesso nastro che non cancella orrori e riflessioni.


Me lo ricordo. Lo ricordo perfettamente il momento quando entrai nella sala, a film iniziato, e una commessa cercava di vendere l’almanacco del 1958 a un Martin McFly scapestrato che poi sarebbe tornato nel suo passato, per giocarsi i risultati di football del presente. “Ritorno al Futuro parte II” è stato il mio terzo film in sala, dopo “Rambo III” e “Batman” di Burton. Da piccolo, amavo contare le volte in cui andavo al cinema, un modo per fissare il piacere, forse. Un po’ come Nanni Moretti in “Caos Calmo” , da bambino avevo la mania di elenchi e classifiche. La più celebre: quelle delle migliori pizzerie a Napoli e provincia.
Non scrivo comunque un posta da sindrome di Peter Pan. Ho letto oggi che la Nike produrrà le scarpe di Martin in Ritorno al Futuro parte II: “Marty McFly Hyperdunk”. Sinceramente: sono bellissime. Forse non è il miglior modello della Nike, ma il fascino è indescrivibile. Sì lo so ,è un po' di fanatismo che parla.
A convincere il colosso USA dello sport wear è stata una petizione di Alain Cabino. Probabilmente, la mobilitazione è stata tale da prospettare buoni ricavi. Insomma, perché non farlo all'epoca? Il Merchandising cinematografico è stato sperimentato con “Lo Squalo” di Spielberg che lanciò, se non sbaglio, una linea di giocattoli. Da quel film il marketing si è sviluppato, da status symbol si passa a Style Symbol: l’iPod e la generazione dell’auricolare bianco. Così, Nike, con ritorno al futuro fa un salto nel passato. Però, le scarpe non avranno l’allaccio automatico. In ogni caso, il film di Zemeckis è una miniera di idee che si possono rinverdire, cavalcando l’onda riaperta da Cabino. Magari qualcuno produrrà la DeLorean, come vera macchina del tempo. Più realisticamente potranno entrare in campo i marchi che in quel film erano pionieri del product placement: Mattel, Pepsi e altro. 
Tralasciando l’infanzia, dove più o meno tutti abbiamo giocato c on merchandising di cinema, crescendo sono stato sempre attirato dai prodotti scaturiti da pellicole. Locandina, un classico. Ma la soddisfazione più grande sono stati gli occhialetti di Neo e il cellulare Nokia di Matrix. Si apriva con lo scatto, era bellissimo, si ruppe presto e lo conservo con tanta nostalgia. Se si potesse riparare, lo userei ancora. In barba a fotocamere e gprs.