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Le note di John Williams somigliano a qualcosa di primordiale, un suono che conosciamo da tempo che si era addormentato nei ricordi piacevoli. Ma è l’immagine che ci suggerisce, conferma, che siamo davanti al quarto capitolo di “Indy”: un cappello vola via, una mano lo afferra per farlo ritornare sulla testa del più famoso archeologo della storia del cinema. I letterati la definirebbero una metonimia, dove una parte indica il tutto, gli spettatori sanno di trovarsi di fronte a Steven Spielberg è alla sua innegabile forza nel parlare per immagini.
Dopo 19 anni ecco “Indiana Jones e il Teschio di Cristallo”, l’attesa per le nuove avventure di Harrison Ford/indy svanisce come il pugno di sabbia che dà inizio al racconto. La saga procede per odine cronologico e dopo gli anni Trenta eccoci alla guerra fredda. Il demonio sono i russi, capitanati da Cate Blanchett ovvero Irina Spalko, caschetto corvino, doppiaggio imbarazzante, confida nelle scienze occulte ed è alla ricerca di un teschio di cristallo che può arrichire il suo potere. Indy, col suo sapere le può essere d’aiuto, ma il professore Jones non ci sta. Aiutato dall’innesto giovanile della serie: Shia LaBeouf, intrapendente emulo di James Dean e Marlon Brando, e dal ritorno di Karen Allen, la donna petulante dei “Predatori dell’Arca Perduta”, il professore Jones comincerà il suo quarto viaggio.
Più che la senzazione del sequel, del ritorno in grande stile, sembra di rispolverare un giocattolo trovato in soffitta, aggiornato ma sempre funzionante con gli stessi principi. Indy, se pur invecchiato, non tradisce. Il ritmo dell’azione è il solito, trascinante, ti distoglie dalla razionalità per emozionarti, proprio come i bambini con i giocattoli. Inseguimenti, sparatorie, enigmi e trappole che oggi sanno più di “Tomb Raider” e meno di “Indiana Jones” (la sequenza dei maya, in particolare). Ma la vera conservazione di forza narrativa sta nel gioco infinito con

Nella cornice del cinema ludico di Spielberg, negli ultimi anni in balia degli effetti speciali, questo quarto capitolo saprà divertire, intrattenere. Anche se immergersi nelle atmosfere che lo resero grande non bastera comunque ad apprezzare questa quarta tappa, che più di un compiacente e modernissimo omaggio a un grande personaggio, non sa fare. E ci dispiace.
1 maggio. Concerti e sconcerti
Ieri, sono stato per la prima volta al concerto del 1 maggio. Da sempre volevo vederlo. Il cast di quest’anno era eccezionale. Quando Piero (Pelù) è salito sul palco e ci ha chiamato “orfani della sinistra” mi è salito il brivido. «Eccolo. È sempre lui. Mi hai fatto rimanere male nei tuoi ultimi dischi tra med rock da RTL 102.5 e caramelline sonore da spot della TIM. Però, il primo amore non si scorda mai» Mi sono detto fra me e me. Accantonando il dispiacere infinito per aver lasciato il Litfiba. Ormai sono dieci anni, il “rancore” non mi aveva fatto sentire il tempo. “Revolution” dei Beatles e chiaramente “Lo Spettacolo” i momenti più belli dell’esibizione. Ho alzato le mani al cielo, e ho fatto il cuore come Pato. Chiaramente intendevo il cornucuore.
Tornato a casa mezzo morto, solo chi ci va può capire l’espressione “folla oceanica, do uno sguarda al web. Rimbalza uno scontro “Travaglio Sgarbi”. Oggi, vado a vederlo. Sconcertato. Di Travaglio conoscevo l’argomentazione, ma di Sgarbi sapevo che era un polemista e che ti divertivi a vedere la sua vena a ingrossarsi. Questa volta non si rideva, solo lacrime. Ha fatto puro controcanto. Offendendo. Negava ogni cosa che diceva Travaglio senza uno straccio d’argomentazione. La vera conoscenza, per me, sta nell’argomentazione. La conoscenza, non la verità. Non dico che in Travaglio ci sia la verità, ma dico che conosce quello che dice. Sgarbi ha cercato di tappare ogni buco, cercando di non far parlare. Indecente.
Un plauso lo devo fare alla critica televisiva de “Il Manifesto”, Norma Rangeri. Al di là delle posizioni che può prendere una redattrice di un quotidiano chiarament parziale, ha spiegato una delle ragioni, secondo me, molto forti della vittoria della destra. L’organizzazione dei discorsi mediali. La “Sicurezza” intesa come ordine pubblico e non come sicurezza sociale, concetto più ampio. Tutti i media, destrorsi o sinistrorsi, l’hanno posta così (anche, come si vede, “
Myspace si allea con altre tre grandi colossi discografici: Sony, BMG, Warner e Vivendi (Repubblica, “Affari e Finanza”). Nasce Myspace music, una piattaforma ancora più potente per la musica online secondo l’User Genetated Content. Il contenuto generato dall’utente.
Una cosa mi ha sempre colpito del filesharing. La nuova fruizione. Il nuovo modo di ascoltare, conoscere, avvicinarsi alla musica.
Così è un po’ per il cinema. La gente non va in sala, ma scarica i film che potrebbe vedere ai multiplex. Considera solo l’aspetto economico. Invece la potenzialità di poter attingere a film, a brani, sconosciuti non più distribuiti nei normali circuiti non viene considerata. Una studiosa italiana, Nicole Rigamonti, ha detto che esiste una sorta di “navigazione di piccolo cabotaggio”. Ti metti nel mare magnum del web, ma devi essere sempre ancorato a quello che c’è fuori. Ai film in sala. Ai dischi in classifica. Senza allontanarti negli oceani del nuovo e dell’inesplorato. La pubblicità rende comunque più sicuro un prodotto. E pur con nuovi mezzi, non si varcano i confini del “nuovo”, musicale, cinematografico, che sia.
C’è un aspetto più materiale. E qui sono spudoratamente nostalgico, come un anziano che ricorda il frigorifero a chiave. Un cd si tocca, si vede. Per me, è anche un oggetto, adoro vedere le copertine in fila, nel mio porta cd. Con i file, sono tutti uguali. Compattati in un ipod, in un lettore e a distunguerle solo una stringa di testo. Oggi, non esistono nemmeno più le copertine di qualche anno fa. Tutte di cartone, che dopo pochi usi si sfaldano un libro aperto migliaia di volte.
Tu come ascolti?