A Montecarlo vince Hamilton ma, a pochi passo dal Principato, l'Italia vince un "grand prix" più importante.

Gomorra. Campeggia in rosa su un fondo nero, il titolo del film, inaugura la discesa negli inferi, una accoppiata netta di colori che sfuma poi nei neon blu di un solarium, dove, dopo poco, si consumerà un agguato sulle note neomelodiche.
Mozza il fiato subito “Gomorra”, il film di Matteo Garrone tratto dal best seller di Roberto Saviano sull’impero della malavita. Presentato domenica scorsa al festival di Cannes, la pellicola riporta diversi episodi dal libro. La storia di Pasquale, sarto formidabile che si vende ai cinesi, e vede il suo vestito indossato da Scarlett Johansson a Venezia (nel libro si tratta di Angelina Jolie). La “guerra” di Secondigliano, dove il piccolo Totò si forma a diventare un soldato del “sistema” e Don Ciro porta la “mesata” alle famiglie come quella di Maria, che nella vita reale è Maria Nazionale, cantante neomelodica. Più lontano, nel casertano, Marco e Ciro vogliono diventare dei veri malavitosi, spararare e comandare, con in mente il mito di Tony Montana, il boss del film “Scarface”. Dalla terra invece sbuca Franco, interpretato dall’afragolese Toni Servillo, colui che vede i terreni come vuoti da riempire per metterci quanti più rifiuti possibili. Fa lo stakeholder, il mediatore con le aziende del nord che vogliono smaltire i rifiuti a basso costo, senza problemi. Sarà aiutato da Roberto, l’unico che si ribellerà. Probabilmente, la coincidenza di questo personaggio positivo col nome dello scrittore, non è un caso.

Garrone racconta “o’sistema” con la forma di un Neorealismo contemporaneo. Parte dal basso, parlando dei ragazzini, dei soldati semplici in tuta acetata e auto luccicante, non parla dei grandi boss, dei padrini in giacca e cravatta. Pedìna i personaggi con la macchina da presa, osserva, scruta i volti. Riprende la paura, e la rabbia, i ghigni malavitosi e le espressioni truci di chi si prepara a uccidere. Come nel Neorealismo degli anni Cinquanta, sono pochi gli attori professionisti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato (Don Ciro), Salvatore Cantalupo (Pasquale) il resto, sono persone del luogo, ragazzini, donne, uomini dentro il tessuto sociale. Testimonianza di realismo anche il linguaggio, un napoletano strettissimo, talvolta incomprensibile tanto che il film è sottotitolato. A sminuire l’artificiosità del film sono anche le sequenze di violenza. Gli spari non sono fragorosi come nei film di genere, la macchina da presa si scansa spesso ogni volta che c’è un uccisione, quasi a voler simboleggiare la paura. Non indugia sul cadavere, sull’estetica della morte.
“Gomorra”, il film, insegue il reale. Non lo riproduce. É un documentario, accosta immagini su immagini, storie su storie senza suggerire o peggio “spiattellare” una morale. È erede degno del grande cinema di impegno civile di Francesco Rosi. Poco spazio ai ragionamenti, qui si racconta di una realtà che si fatica a pensare sia vera. I film, i libri, le opere creative, pur se concepiti da grandi autori, come Garrone sta diventando, hanno sempre il limite dell’immaginazione. La realtà non ha nessun limite. Lo si capisce dolorasamente in “Gomorra” dove emerge che “o’sistema” non è solo una grande piovra che stritola tutto, ma entra, pervasiva, nei legami sociali. Due ragazzini dicono durante il film: «prima eravamo amici. Ora, non più. Sei passato dall’altra parte, può essere pure che ti vengo a uccidere io. O tu a me». La pellicola dimostra la subordinazione anche del pensiero, e degli affetti, alla logica dello schieramento “o con me. O contro di me”, pena la morte. L’amore, la casa, la famiglia, la libertà di parola, sono valori subordinati al potere. Si è detto che il film non c’è nessuna speranza, probabilmente è vero quanto è certo che prima il libro e poi la pellicola sono essi stessi una speranza. La possibilità di poter ancora scuotere le coscienze.

