In medio stat virtus. Alla destra nostalgica piacerebbe questo detto latino per indicare l’avanzata di Gian Luigi Rondi alla presidenza della Festa di Roma. L’onnipresente critico de “Il Tempo” e coordinatore dei David, prima ha negato e, nel pomeriggio, si è incontrato con Alemanno e ha deciso per il sì. Povero Bettinone, lui e la sua creatura vittima di uno spoil system tanto non nominato quanto poi effettivamente usato. E se n’è uscito col classico savoir faire da Veltroniano «lascio per il bene della Festa». Per ora, si può dire che dopo il danno la beffa non c’è stata. Quella sarebbe stata certa con Squitieri. Un uomo, una restaurazione. A suo dire, volevo tornare indietro ai tempi degli anni Sessanta, con b movie e poliziotteschi (vuoi vedere proprio i suoi) a farla da padrone. A lui “Gomorra” ha fatto ribrezzo. Ha detto che «non c’era avventura» e Saviano faceva le «buffonate, entrava dalla porta di servizio, evitando il red carpet di Cannes».
Ciao, Pasquale ciao.
Ora va tutto in mano al longevo democristiano, al quale, chiaramente “Il Divo” non è piaciuto, ricordiamoci che stroncò anche “Le Mani sulla Citta” («no, no, non ditemi che questo è cinema» disse all’epoca) ma almeno non è presuntuoso. E ha già buone esperienze nei festival: ex direttore della Mostra di Venenzia. Meno male che non è stato senatore. Come Pasquale.
Un altro nuovo “attore” della politica cinematografica si fa strada, Luca Barbareschi fresco di nomina nel cda della Fondazione Cinema di Roma. «Gomorra è bello, però per ogni film che parla di cose brutte ne dobbiamo fare e esportare dieci che parlano bene dell’Italia e che mostrano le sue bellezze» Già immagino. La fiction “Capri” diventerà un film per il cinema, poi usciranno “Mozzarella quanto sei bella”, “Ici vattene via” e un film sceneggiato dalle poesie del Ministro Bondi.
Barbareschi,
Non si lamentino dicendo che poi i registi, la cultura cinematografica, è solo di sinistra. Vabbè dai, hanno comunque Pasquale e Martinelli.
Dai Bettinone, non te la prendere



1 maggio. Concerti e sconcerti
Ieri, sono stato per la prima volta al concerto del 1 maggio. Da sempre volevo vederlo. Il cast di quest’anno era eccezionale. Quando Piero (Pelù) è salito sul palco e ci ha chiamato “orfani della sinistra” mi è salito il brivido. «Eccolo. È sempre lui. Mi hai fatto rimanere male nei tuoi ultimi dischi tra med rock da RTL 102.5 e caramelline sonore da spot della TIM. Però, il primo amore non si scorda mai» Mi sono detto fra me e me. Accantonando il dispiacere infinito per aver lasciato il Litfiba. Ormai sono dieci anni, il “rancore” non mi aveva fatto sentire il tempo. “Revolution” dei Beatles e chiaramente “Lo Spettacolo” i momenti più belli dell’esibizione. Ho alzato le mani al cielo, e ho fatto il cuore come Pato. Chiaramente intendevo il cornucuore.
Tornato a casa mezzo morto, solo chi ci va può capire l’espressione “folla oceanica, do uno sguarda al web. Rimbalza uno scontro “Travaglio Sgarbi”. Oggi, vado a vederlo. Sconcertato. Di Travaglio conoscevo l’argomentazione, ma di Sgarbi sapevo che era un polemista e che ti divertivi a vedere la sua vena a ingrossarsi. Questa volta non si rideva, solo lacrime. Ha fatto puro controcanto. Offendendo. Negava ogni cosa che diceva Travaglio senza uno straccio d’argomentazione. La vera conoscenza, per me, sta nell’argomentazione. La conoscenza, non la verità. Non dico che in Travaglio ci sia la verità, ma dico che conosce quello che dice. Sgarbi ha cercato di tappare ogni buco, cercando di non far parlare. Indecente.
Un plauso lo devo fare alla critica televisiva de “Il Manifesto”, Norma Rangeri. Al di là delle posizioni che può prendere una redattrice di un quotidiano chiarament parziale, ha spiegato una delle ragioni, secondo me, molto forti della vittoria della destra. L’organizzazione dei discorsi mediali. La “Sicurezza” intesa come ordine pubblico e non come sicurezza sociale, concetto più ampio. Tutti i media, destrorsi o sinistrorsi, l’hanno posta così (anche, come si vede, “
Io sono un autarchico. Il cinema del nuovo governo.
Che ci riesca o no, il regista napoletano già dà le linee guida: meno sprechi, più cinema italiano. Parole condivisibili, i toni meno. «Festa del cinema: porta jella»; «Il cinema italiano? É morto»; «A me di Clooney non me ne frega niente. Basta Hollywood». Vuole la restaurazione. «Prima si svariava da Totò a Fellini, eravamo secondo solo all’America». Oddio, a una persona che ostenta tanto pessimismo, decretando per la centesima volta la morte del cinema italiano, io non darei tanta fiducia. Comunque, Alemanno dice che non c’è “Spoil Sistem”? Dobbiamo fidarci? Il problema che mi pongo ogni volta che sento proclami di “restaurazione” mi vengono da fare delle considerazioni semplici.
Oggi non c’è più un dopoguerra e un boom economico da raccontare. Ci sono altre problemi, altre riflessioni da fare. Fellini, Totò. Personalità difficili da riavere anche tra cento anni. Ma non è detto che possano nascere altri grandi autori e attori.
Sulla “sprecopoli” della festa romana, si può avere pure ragione. Ma cancellare i divi stranieri, solo per difendere il cinema nostrano, in nome di un’autarchia discutibile credo sia una mossa solo di pura ideologia. Non è detto che per promuovere il proprio cinema bisogna solo pensare all’ambiente italiano. Il divismo è il raccordo, il coinvolgimento, con il pubblico. E’ un fattore di congiunzione fra realtà e finzione. Spinge alla visione. Ora pensate a un red carpet con i grandi nomi nostrani: Margherita Buy, Vaporidis, Scamarcio. E lo stesso di Kidman, Blanchett o Penn? Allargare l’orizzonte fa parlare anche dell’Italia. Il traino mediatico di questi divi serve da ponte per la promozione del nostro cinema. Sì, promozione. Inviate meno divi paperoni e riorganizzate l’efficienza di “Filmitalia”, ad esempio. Meno aerei e alberghi extralusso per Moretti e Muccino e più redistribuzione. Ma non cancellare di punto in bianco un soggetto di promozione. Per la produzione stiamo a vedere l’istituzione del tax shelter. Misura virtuosa, se applicata a dovere. Le parole di Squitieri, sembrano confermare solo una cosa: la dipendenza del cinema dalla politica. Uno dei mali cinematografici dalla crisi degli anni Ottanta.
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