“Sanguepazzo” ovvero, in dialetto siciliano, testa calda, spirito eccentrico. Il regista Marco Tullio Giordana ha imparato questo detto quando girava “I Cento Passi” e l’ha riutilizzato per il suo ultimo film, nel cassetto dagli anni Settanta.
Presentato all’ultimo Festival di Cannes con il titolo “Une Histoire Italienne”-una storia italiana- “Sanguepazzo” racconta le vicende tormentate, affascinanti e misteriose tra Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci. Lui, dissoluto, cocainamane e scialaquatore, si innamora di un’attrice che sbarca a Roma col sogno del cinema. Lei, da Luisa Manfrini diventerà Luisa Ferida, una delle più grande dive del cinema italiano anni Trenta. Una coppia invidiata, al centro dello “star system” dell’epoca. I due attori, dopo l’otto settembre 1943, si rifugiarono a Venezia, dove si era tentato di ricostruire Cinecittà. Valenti aderì alla “X MAS”, la compagnia fascista di Junio Valerio Borghese. Con
Marco Tullio Giordana imbastice tra finzione e realismo una pellicola sull’Italia e sulla sua Storia, operazione simile a “
la giustizia e l’amore, “Sanguepazzo” non tralascia il ruolo dell’artista, che, libero, dovrebbe innalzarsi al di sopra della cappa politica, di qualsiasi colore sia. Idea, che seppur relegata in una piccola sequenza, rappresenta il respiro più nobile di questa pellicola.
Oggi è difficile trovare film di ottacinque minuti, minimo novanta, ma lo standard si sposta sempre più oltre i cento. Oggi, è difficile trovare un film simile a “Cloverfield”. Letteralmente significa campo di trifoglio, come diviene “central park” dopo un attacco. Siamo quindì a New York e alcuni amici si preparano a festeggiare l’addio di Rob, in partenza per il Giappone. Hud riprende tutto con la telecamera digitale, l’unico occhio con cuoi vedremo il film. Festeggiamenti, corteggiamenti, bagarre sentimentali, sembra di essere davanti a un film di giovani pruriti ma, a venti minuti dall’inizio, un boato sconvolgera la città.
Tra le strade, piomba mozzata, come un trofeo di guerra, la testa della “statua della Libertà”. Un mostro imperversa, e tutto è ripreso con le inquadrature, sghembe e movimentate, al limite del voltastomaco, dalla telecamera di Hud.
Promosso attraverso il cosidetto viral marketing ovvero il lancio del film attreaverso false piste, trailer che lasciano intrevavedere poco e nulla della trama, “Cloverfield” è un fenomeno che va inteso all’interno della sua strategia promozionale. Qualcuno l’ha definito “blog movie” quando, seguendo il rigido schema di generi, potrebbe essere un film “catastrofico”. Ma le etichette lasciano il tempo che trovano, l’idea di inserire un’apocalisse come centro narrativo è un elemento consolidato per introdurre una novità sostanziale dello sguardo.

Internet, videogames, e cinema, “Cloverfield” fa un gran passo nelle contaminazione delle estetiche delle audiovisivo. Un’innovazione formale che poggia sull’ormai consildata voglia di filmare le paure post 11 settembre e la demonizzazione di una società che vuole vedere la morte e la distruzione col gusto della morbosità.
J.J. Abrams, quello delle serie tv “Lost” e “Alias”, produce un film che si mette, di prepotenza, nel crocevia delle nuove frontiera del cinema contemporaneo.
Prima di leggere, premete play, e leggete con le note di sottofondo.
Le note di John Williams somigliano a qualcosa di primordiale, un suono che conosciamo da tempo che si era addormentato nei ricordi piacevoli. Ma è l’immagine che ci suggerisce, conferma, che siamo davanti al quarto capitolo di “Indy”: un cappello vola via, una mano lo afferra per farlo ritornare sulla testa del più famoso archeologo della storia del cinema. I letterati la definirebbero una metonimia, dove una parte indica il tutto, gli spettatori sanno di trovarsi di fronte a Steven Spielberg è alla sua innegabile forza nel parlare per immagini.
Dopo 19 anni ecco “Indiana Jones e il Teschio di Cristallo”, l’attesa per le nuove avventure di Harrison Ford/indy svanisce come il pugno di sabbia che dà inizio al racconto. La saga procede per odine cronologico e dopo gli anni Trenta eccoci alla guerra fredda. Il demonio sono i russi, capitanati da Cate Blanchett ovvero Irina Spalko, caschetto corvino, doppiaggio imbarazzante, confida nelle scienze occulte ed è alla ricerca di un teschio di cristallo che può arrichire il suo potere. Indy, col suo sapere le può essere d’aiuto, ma il professore Jones non ci sta. Aiutato dall’innesto giovanile della serie: Shia LaBeouf, intrapendente emulo di James Dean e Marlon Brando, e dal ritorno di Karen Allen, la donna petulante dei “Predatori dell’Arca Perduta”, il professore Jones comincerà il suo quarto viaggio.
Più che la senzazione del sequel, del ritorno in grande stile, sembra di rispolverare un giocattolo trovato in soffitta, aggiornato ma sempre funzionante con gli stessi principi. Indy, se pur invecchiato, non tradisce. Il ritmo dell’azione è il solito, trascinante, ti distoglie dalla razionalità per emozionarti, proprio come i bambini con i giocattoli. Inseguimenti, sparatorie, enigmi e trappole che oggi sanno più di “Tomb Raider” e meno di “Indiana Jones” (la sequenza dei maya, in particolare). Ma la vera conservazione di forza narrativa sta nel gioco infinito con

Nella cornice del cinema ludico di Spielberg, negli ultimi anni in balia degli effetti speciali, questo quarto capitolo saprà divertire, intrattenere. Anche se immergersi nelle atmosfere che lo resero grande non bastera comunque ad apprezzare questa quarta tappa, che più di un compiacente e modernissimo omaggio a un grande personaggio, non sa fare. E ci dispiace.
A Montecarlo vince Hamilton ma, a pochi passo dal Principato, l'Italia vince un "grand prix" più importante.

Gomorra. Campeggia in rosa su un fondo nero, il titolo del film, inaugura la discesa negli inferi, una accoppiata netta di colori che sfuma poi nei neon blu di un solarium, dove, dopo poco, si consumerà un agguato sulle note neomelodiche.
Mozza il fiato subito “Gomorra”, il film di Matteo Garrone tratto dal best seller di Roberto Saviano sull’impero della malavita. Presentato domenica scorsa al festival di Cannes, la pellicola riporta diversi episodi dal libro. La storia di Pasquale, sarto formidabile che si vende ai cinesi, e vede il suo vestito indossato da Scarlett Johansson a Venezia (nel libro si tratta di Angelina Jolie). La “guerra” di Secondigliano, dove il piccolo Totò si forma a diventare un soldato del “sistema” e Don Ciro porta la “mesata” alle famiglie come quella di Maria, che nella vita reale è Maria Nazionale, cantante neomelodica. Più lontano, nel casertano, Marco e Ciro vogliono diventare dei veri malavitosi, spararare e comandare, con in mente il mito di Tony Montana, il boss del film “Scarface”. Dalla terra invece sbuca Franco, interpretato dall’afragolese Toni Servillo, colui che vede i terreni come vuoti da riempire per metterci quanti più rifiuti possibili. Fa lo stakeholder, il mediatore con le aziende del nord che vogliono smaltire i rifiuti a basso costo, senza problemi. Sarà aiutato da Roberto, l’unico che si ribellerà. Probabilmente, la coincidenza di questo personaggio positivo col nome dello scrittore, non è un caso.

Garrone racconta “o’sistema” con la forma di un Neorealismo contemporaneo. Parte dal basso, parlando dei ragazzini, dei soldati semplici in tuta acetata e auto luccicante, non parla dei grandi boss, dei padrini in giacca e cravatta. Pedìna i personaggi con la macchina da presa, osserva, scruta i volti. Riprende la paura, e la rabbia, i ghigni malavitosi e le espressioni truci di chi si prepara a uccidere. Come nel Neorealismo degli anni Cinquanta, sono pochi gli attori professionisti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato (Don Ciro), Salvatore Cantalupo (Pasquale) il resto, sono persone del luogo, ragazzini, donne, uomini dentro il tessuto sociale. Testimonianza di realismo anche il linguaggio, un napoletano strettissimo, talvolta incomprensibile tanto che il film è sottotitolato. A sminuire l’artificiosità del film sono anche le sequenze di violenza. Gli spari non sono fragorosi come nei film di genere, la macchina da presa si scansa spesso ogni volta che c’è un uccisione, quasi a voler simboleggiare la paura. Non indugia sul cadavere, sull’estetica della morte.
“Gomorra”, il film, insegue il reale. Non lo riproduce. É un documentario, accosta immagini su immagini, storie su storie senza suggerire o peggio “spiattellare” una morale. È erede degno del grande cinema di impegno civile di Francesco Rosi. Poco spazio ai ragionamenti, qui si racconta di una realtà che si fatica a pensare sia vera. I film, i libri, le opere creative, pur se concepiti da grandi autori, come Garrone sta diventando, hanno sempre il limite dell’immaginazione. La realtà non ha nessun limite. Lo si capisce dolorasamente in “Gomorra” dove emerge che “o’sistema” non è solo una grande piovra che stritola tutto, ma entra, pervasiva, nei legami sociali. Due ragazzini dicono durante il film: «prima eravamo amici. Ora, non più. Sei passato dall’altra parte, può essere pure che ti vengo a uccidere io. O tu a me». La pellicola dimostra la subordinazione anche del pensiero, e degli affetti, alla logica dello schieramento “o con me. O contro di me”, pena la morte. L’amore, la casa, la famiglia, la libertà di parola, sono valori subordinati al potere. Si è detto che il film non c’è nessuna speranza, probabilmente è vero quanto è certo che prima il libro e poi la pellicola sono essi stessi una speranza. La possibilità di poter ancora scuotere le coscienze.

Un vecchio divano campeggia in un giardino ben curato. Un oggetto che non è al proprio posto, non è normale nell’ordine delle cose. Questo è l’inzio di “Juno”, dal nome di una ragazzina (Ellen Page) che di consueto ha davvero poco. Fende il plotone di cheerleader e atleti in divisa, e rompe le righe degli stereotipi di gioventù. La sedicenne liceale, protagonista del film di Jason Reitman, un bel giorno si trova a trafficare, suo malgrado, con i test di gravidanza e scopre di essere incinta. Prende il suo telefono a forma di hamburger e prenota un aborto. Nella sala d’aspetto dell’ambulatorio, la tensione che divora le altre incaute mamme le fa cambiare idea. Il bambino nascerà. E vivrà, adottato, in una famiglia che le possa dare amore.
Ogni capitolo della pellicola comincia con una stagione, ma le stagioni per Juno hanno accellerato un po’ il passo. Ma lei ha deciso con una lucidità sentimentale che le fa sopportare nove mesi di gravidanza, e di crescita.
“Juno” non è solo un film sull’aborto, ma è una sorta di teen movie con ironici risvolti drammatici. Non si ferma ai pruriti giovanili e agli errori dell’ingenuita ma dipinge, con la fluidissima penna della blogger, premio Oscar, Diablo Cody, un quadro dove la gioventù diventa un modo di affrontare la vita. Anche se con superficialità a momenti: non si può risolvere tutto con le gag comicissime, in Juno, la freschezza dell’età e la libertà di questa stagione diventano una chiave per proporre, allo spettatore, la limpidità di una scelta forte: quella di far nascere un bambino che non era voluto. Per lei, Juno, c’erano ancora molte aranciate da bere e dischi da ascoltare, ma un figlio all’improvviso non la paralizza totalmente, ma la spinge a scegliere. Quell’atto che non si impara, a volte, nemmeno in età adulta. Le convenzioni, come quella che dice che il giallo è un colore neutro, sono paletti sicuri, ma per capire a volte bisognerà scendere un po’ più un giù. Jason Reitman, già regista del brillante “Thank You for Smoking”, Diablo Cody, Ellen Page e le musiche rock che sembrano scelte come nei film di Cameron Crowe ci calano, col tocco dolce e non superficiale dei dialoghi luccicanti, in una storia fluida, toccante, riflessiva. Una lezione, almeno di narrazione, per il filone dei film liceali che in Italia, forse si fermano troppo spesso alle notti prima degli esami.
Leatherheads : teste di cuoio. ”In Amore nessuna regola”, è la bieca traduzione italiana del titolo dell’ultimo film di George Clonney.
Nell’America del 1925, uno scapestrato giocatore di rugby di una squadra in fallimento, Dodge Connolly, fa risorgere il suo team grazie a un agente che recluta Carter Rutherford. Stella delle yard e eroe nazionale. Sul suo passato, in cerca di uno scoop, scava Lexie Littleton, giornalista dal piglio deciso e dalla smorfia incontrallata di Renée Zellweg
er. I due virili giocatori oltre che contendersi una meta, gareggieranno anche per l’amore della reporter.
L’armementario di Clooney è ormai consolidato, un’attenzione minuziosa alla messincena, una serie di immagini seppiate che incastonano, ancora una volta, una riflessione sulla democrazia americana. In particolare: una ricerca della verità. La meta non cambia, le forme espressive sì. La passione cinefila del divo yankee si veste dei toni ironici e scattanti della commedia anni Trenta. Il genere della golden age di Hollywood più brillante e luccicante. Certo Renèe Zellweger non può, con tutto il rispetto, rievocare i fasti interpretativi di Rosalind Russell e della “Signora del Venerdì” di Hawks, ma il gioco citazionistico funziona perchè non troppo fine a sé stesso, diventa una chiave per aprire tanti significati. Il football è una guerra di botte e fango, come il Primo Conflitto mondiale revocato nei ricordi poco edificanti di Rutherford, i giornali sono i mezzi che più possono confezionare la realtà e la reputazione delle persone anche grazie a avidi agenti come il personaggio di Jonathan Pryce, CC Frazier.
Per il fine nobile della verità, ci si può servire anche della bugia e del sorriso. Come, tra una baruffa e l’altra, fanno i due protagonisti. Un Cary Grant in salsa moderna e una controparte femminile, quella di Lexie, sempre sul filo della sufficienza.
Pur con diversi momenti di noia, la pellicola di Clooney omaggia un genere cinematografico oscurato e lo rinvigorisce di diversi significati profondi, In una forma narrativa e figurativa ben architettata. Anche se, il graffio nella mente, come in “Confessioni di una mente pericolosa” e “Goodnight, and Goodluck” questo film non lo lascia. Al massimo, una giusta carezza.
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